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Copertina di Il prezzo dell'omologazione
Stagione 74 · Episodio 005

Il prezzo dell'omologazione

26 settembre 2026 5:01
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Ciao, e benvenuto nella quinta puntata della settantaquattresima stagione. Nella scorsa ho difeso i sentieri battuti, e resta tutto in piedi. Ma oggi è il momento del conto onesto: cosa ci costa, davvero, la somiglianza quando non è scelta ma subita? È la puntata più critica della stagione, e la faccio senza sconti, ma anche senza esagerare, perché un conto onesto guarda in faccia sia le perdite sia i guadagni.

Partiamo dai guadagni, perché sarebbe disonesto ignorarli. L'omologazione ha dei vincitori veri. Gli utenti ricevono siti prevedibili, usabili, spesso già accessibili senza sforzo. Le piccole squadre pubblicano in fretta, senza dover reinventare tutto ogni volta. Non è tutto perduto, insomma. Ma tutti questi guadagni hanno un prezzo, e il problema è che quasi nessuno lo mette mai in conto. Oggi proviamo a scriverlo, quel conto, voce per voce.

La prima voce è la perdita di identità. Se il tuo sito somiglia a quello di tutti, nessuno lo ricorderà. Il volto di una cosa è il modo in cui si deposita nella memoria: un viso anonimo si dimentica all'istante. È l'aeroporto generico: atterri e non capisci in che città sei. Funziona, forse, ma è un non-luogo, e te ne vai senza il ricordo di essere stato da qualche parte. Un sito senza volto ottiene lo stesso risultato: la gente ci passa, magari compra pure, ma non ti porta con sé, non ti riconoscerà la volta dopo.

La seconda voce è la fragilità della monocultura. Un bosco fatto di un'unica specie di albero muore tutto insieme alla prima malattia. Un web fatto di un'unica estetica non è solo noioso: è fragile. Quando tutti puntano sullo stesso schema, tutti condividono gli stessi punti ciechi, gli stessi difetti, e quando quello schema smette di funzionare, smette di funzionare per tutti nello stesso momento. La varietà non è solo più bella: è più robusta. La natura lo sa da milioni di anni, e vale anche per il web. Un ecosistema di forme diverse è un ecosistema che, nel suo insieme, sbaglia di meno e sopravvive di più.

La terza voce, la più malinconica, è l'appiattimento del web strano e personale. Il vecchio web era pieno di angoli fatti a mano, pagine bizzarre, siti costruiti da una singola persona appassionata, con tutti i loro difetti e la loro anima. L'omologazione spinge tutto questo verso lo stesso stampo pulito e ordinato, e nel farlo perde qualcosa di umano: la sensazione che dietro una pagina ci sia una persona, con un gusto, una stranezza, una voce. Un web tutto levigato è un web dove è sempre più difficile sentire che c'è qualcuno, dall'altra parte.

La quarta voce è la più profonda: progettare per la macchina invece che per l'uomo. Molta somiglianza nasce dall'ottimizzare per una misura: per il motore di ricerca, per il numero di conversioni, per il test che dice che questo bottone vince per mezzo punto percentuale. Ma c'è una vecchia trappola: quando una misura diventa l'obiettivo, smette di essere una buona misura. Insegui il numero, e finisci per arrampicarti sulla stessa collinetta su cui si sono arrampicati tutti, ottimizzandoti fino a diventare la media. I numeri salgono di un pelo, e intanto l'anima se ne va dalla porta di servizio. Nessuna misura, da sola, sa dirti se una cosa ha carattere: e quello che le misure non vedono, col tempo, smetti di costruirlo.

E c'è una quinta voce, subdola perché si traveste da virtù: il miraggio dell'accessibilità. Un aspetto pulito, minimale, alla moda, viene spesso scambiato per un aspetto accessibile. Ma sembrare ordinato non è la stessa cosa che essere usabile da tutti. Un testo grigio chiaro su fondo bianco, dei bersagli da toccare minuscoli, decorazioni ovunque, possono essere perfettamente alla moda e insieme escludere un sacco di persone. La somiglianza pulita, a volte, nasconde l'inaccessibilità dietro una superficie di tendenza. Bello e a norma non sono sinonimi.

Voglio lasciarti con il costo più nascosto di tutti, quello che non compare in nessun conto. Quando tutto si assomiglia abbastanza a lungo, la somiglianza smette di sembrare una scelta e comincia a sembrare la realtà. Inizi a pensare che sia semplicemente questo, un sito, che non potrebbe essere altrimenti. E il giorno in cui non riesci più a immaginare il web diverso da com'è, è il giorno in cui hai smesso di essere qualcuno che progetta e hai iniziato a essere qualcuno che copia. Il prezzo più alto dell'omologazione non è estetico: è la morte silenziosa dell'immaginazione.

Per oggi ci fermiamo qui. Ho fatto il conto onesto dell'omologazione, senza sconti ma senza esagerare. I guadagni sono veri: siti prevedibili e usabili, squadre che pubblicano in fretta. Ma il prezzo, che quasi nessuno mette in conto, ha tante voci: la perdita di identità, come l'aeroporto generico dove non sai in che città sei; la fragilità della monocultura, che muore tutta insieme; l'appiattimento del web personale e umano; il progettare per la macchina e per le misure invece che per le persone; e il miraggio per cui pulito viene scambiato per accessibile. Il costo più alto è la morte dell'immaginazione, quando non riesci più a pensare il web diverso. Nella prossima puntata: la scelta di non scegliere. Nelle note trovi qualche spunto. Se ti è utile, condividila. Grazie per l'ascolto, e ci sentiamo alla prossima.