Ciao, e benvenuto nella seconda puntata dell'undicesima stagione. Nella scorsa puntata abbiamo visto il browser diventare, grazie alle immagini, la porta d'ingresso a un Web ormai popolare e prezioso. E dove c'è un tesoro, arrivano i contendenti. Oggi raccontiamo il primo grande conflitto della storia del Web, un scontro commerciale feroce combattuto a colpi di funzionalità, che passò alla storia con un nome quasi epico: la prima guerra dei browser.
Mettiamo la scena, a metà degli anni Novanta. Un browser, nato dagli stessi pionieri che avevano reso il Web visivo, dominava incontrastato la scena. Era il browser che quasi tutti usavano per navigare, il simbolo stesso del nuovo mondo online, prodotto da una giovane azienda diventata in fretta famosissima. Il Web stava esplodendo, e questo browser era la chiave d'accesso che tutti tenevano in mano. Sembrava una posizione inattaccabile. Ma proprio quando una posizione sembra inattaccabile, spesso arriva chi decide di attaccarla con tutte le sue forze.
Lo sfidante fu un colosso del software, il più grande dell'epoca, che si accorse in ritardo dell'importanza del Web ma poi vi si gettò con una determinazione totale. Creò il proprio browser e, soprattutto, fece una mossa strategica formidabile: lo incluse gratuitamente nel sistema operativo che girava sulla stragrande maggioranza dei computer del mondo. Chiunque comprasse un computer si ritrovava quel browser già installato, pronto all'uso, senza doverne cercare un altro. Contro la comodità del già presente e gratuito, era difficilissimo competere. Fu una leva potentissima, che sollevò molte discussioni sulla correttezza di quella mossa.
Ma la guerra non si combatté solo sulla distribuzione, si combatté soprattutto sulle funzionalità, ed è qui che nacque il danno che ci interessa. I due contendenti, per conquistare gli sviluppatori e gli utenti, gareggiavano ad aggiungere per primi caratteristiche nuove ed esclusive ai propri browser. Uno introduceva un modo tutto suo di far lampeggiare il testo, l'altro un modo tutto suo di far scorrere le scritte, e così via, ciascuno con invenzioni che funzionavano solo sul proprio browser e non sull'altro. La competizione spingeva l'innovazione a ritmo forsennato, ma ogni innovazione era un'isola separata, incompatibile con il territorio del rivale.
E qui arriviamo alla conseguenza dolorosa di questa guerra, quella che ogni sviluppatore dell'epoca ricorda con un brivido: il Web si spaccò in versioni incompatibili. Una pagina costruita per un browser poteva apparire rotta o sbagliata sull'altro, perché usava funzionalità che l'altro non capiva. Gli sviluppatori si trovarono davanti a un incubo: dovevano costruire i siti due volte, o riempirli di aggiustamenti per farli funzionare su entrambi i mondi, raddoppiando la fatica. Riprendo un tema della nona stagione: questa sofferenza del costruire per browser incompatibili è la stessa che, anni dopo, avrebbe reso necessari strumenti come le librerie per domare le differenze. La guerra dei giganti scaricava il suo costo sulle spalle di chi costruiva.
Un simbolo di quegli anni racconta tutto meglio di mille spiegazioni: i distintivi che invitavano a usare un browser preciso. Moltissimi siti dell'epoca mostravano un piccolo emblema che diceva, in sostanza, questo sito si vede al meglio con questo browser. Era la resa a un Web frammentato: invece di funzionare per tutti, un sito dichiarava apertamente per quale browser era stato fatto, invitando gli altri ad adeguarsi. Era l'opposto della promessa originale del Web, quella di un luogo unico raggiungibile da chiunque. Il Web rischiava di diventare un arcipelago di isole separate, ciascuna accessibile solo con la chiave giusta.
Come finì questa prima guerra? Con una vittoria netta ma amara. Il colosso del software, grazie soprattutto alla sua leva della distribuzione gratuita e integrata, conquistò la stragrande maggioranza degli utenti, e il browser rivale, che aveva aperto la strada, perse progressivamente terreno fino quasi a scomparire. La giovane azienda che lo produceva, sopraffatta, cedette. Ma fece, nei suoi ultimi istanti, un gesto che si sarebbe rivelato profetico e fondamentale: rese pubblico e aperto il codice del proprio browser, regalandolo alla comunità. Da quel gesto, come vedremo, sarebbe rinata anni dopo una nuova speranza. La sconfitta conteneva il seme di una futura rinascita.
Voglio chiudere con la lezione ambivalente di questa guerra, perché non è una storia semplice di buoni e cattivi. La competizione fece due cose opposte insieme. Da un lato spinse l'innovazione a una velocità incredibile: molte capacità del Web nacquero proprio dalla gara tra i contendenti. Dall'altro frammentò il Web, tradendone la promessa di universalità e scaricando costi enormi sugli sviluppatori. È il paradosso che percorrerà tutta la stagione: la competizione è al tempo stesso motore di progresso e minaccia all'unità del Web. Né tutta buona né tutta cattiva. E capire questa ambivalenza è la chiave per capire perché nacque, come reazione, il movimento degli standard.
Per oggi ci fermiamo qui. La prima guerra dei browser vide un colosso del software sfidare il browser dominante, usando la leva potente di includere il proprio gratuitamente nel sistema operativo. Si combatté aggiungendo funzionalità esclusive e incompatibili, che spaccarono il Web in versioni diverse e scaricarono costi enormi sugli sviluppatori, simboleggiati dai distintivi che consigliavano un browser preciso. Il colosso vinse, ma lo sconfitto aprì il proprio codice, piantando un seme di rinascita. Nella prossima puntata scendiamo nel cuore tecnico del browser: il motore di rendering. Nelle note trovi qualche spunto. Se ti è utile, condividila. Grazie per l'ascolto, e ci sentiamo alla prossima.