Ciao, e benvenuto nella decima e ultima puntata della settantaquattresima stagione. Abbiamo fatto tutta la strada: dalla città che si ripete fino ai kit di montaggio. Oggi ricuciamo il filo e diciamo, chiaro e semplice, di cosa parlava davvero questa stagione. Perché tutto, dall'inizio alla fine, stava dentro le due parole del titolo: standard e omologazione.
Partiamo dalla magia, l'ultima volta, per smontarla per bene. La magia diceva che l'omologazione era una convergenza verso il meglio, che gli strumenti ti regalavano il design gratis, e faceva soprattutto una cosa subdola: confondeva le due parole in una sola. Ti faceva sentire che standard e somiglianza fossero la stessa cosa, che rispettare le regole significasse rinunciare alla tua faccia. La macchina che c'è sotto dice l'opposto, ed è l'eredità di tutta la stagione: non sono mai state la stessa cosa, e non lo saranno mai.
Diciamole allora pulite, le due definizioni che questa stagione si è guadagnata. Gli standard sono la grammatica condivisa che rende possibile un web libero, accessibile, interoperabile e vario. Riguardano l'essere capiti, da ogni browser, da ogni dispositivo, da ogni persona. Sono le fondamenta del web aperto, e sono amici della varietà, non suoi nemici. L'omologazione, invece, è tutt'altro: è ciò che accade quando smettiamo di decidere e lasciamo che i predefiniti, le mode e le statistiche decidano al posto nostro. Non è causata dalle regole, ma dalla scelta mancata, dall'imitazione, dalla paura, dalla macchina che copia la macchina.
E qui si scioglie, finalmente, la confusione di tutta la stagione. Abbiamo dato la colpa alla grammatica per la noia delle frasi. Ma la grammatica non ha mai scritto una frase banale in vita sua: l'abbiamo scritta noi, allungando la mano verso le stesse identiche parole verso cui la allungano tutti. Cambia le parole, tieni la grammatica, e la somiglianza sparisce. Non c'era niente, nelle regole, che ti stesse fermando. La libertà era già lì, intatta, ad aspettare solo che qualcuno la usasse. Le regole difendevano la porta aperta; erano le nostre mani a scegliere sempre lo stesso mattone.
Torniamo un'ultima volta alla nostra città, perché adesso possiamo chiudere l'immagine. Il codice edilizio non è mai stato il motivo per cui la città è diventata anonima. Il codice dice solo che le porte devono aprirsi e che tutti devono poter entrare. La somiglianza è nata da chi costruiva la cosa più economica e sicura, da chi copiava la torre accanto, da nessuno che decidesse di costruire qualcosa che appartenesse a quel posto e a nessun altro. Il codice e il carattere hanno sempre potuto convivere. Lo dimostra il centro storico, che sta lì, perfettamente a norma in tutto ciò che conta davvero, e insieme inconfondibilmente se stesso. Nessuno lo confonderebbe con un altro, e nessuno ci resta chiuso fuori.
Vediamo allora chi è il progettista maturo, perché è il punto in cui converge tutto l'arco. È chi segue gli standard che contano: l'accesso prima di ogni cosa, l'interoperabilità, le convenzioni che servono davvero all'utente. Ed è, nello stesso tempo, chi si riprende le decisioni che rendono una cosa se stessa: la tipografia, il colore, la voce, i dettagli. È chi scala i suoi strumenti alla posta in gioco e li riempie delle proprie scelte, non dei predefiniti di un altro. Tutta la stagione sta in una sola frase: conformati dove serve l'essere umano, esprimiti dove serve il significato.
E arriviamo al pensiero con cui voglio chiudere davvero, quello che sta sotto ogni puntata. La somiglianza del web non è una legge di natura, e non è un verdetto del progresso. È un'abitudine: l'abitudine di non scegliere. E un'abitudine può essere rotta da una sola persona che decide di scegliere. Non ti serve il permesso di nessuno, non devi infrangere nessuna regola, non devi essere un genio. Ti basta smettere di camminare nel sonno, e decidere, poche cose, di proposito. Il web non deve essere una città generica. Non lo è mai stato per forza. Le norme non sono mai state il problema, e la faccia che il web avrà domani, in silenzio, dipende anche da te.
Per oggi, e per questa settantaquattresima stagione, ci fermiamo qui. Siamo partiti dalla città che si ripete e dalla grande confusione tra standard e omologazione. Abbiamo capito che gli standard sono grammatica e non stile, e che la somiglianza nasce dai default, dall'imitazione, dalla paura e dalle metriche, non dalle regole. Abbiamo difeso i sentieri battuti dove sono un dono, contato il prezzo della somiglianza cieca, tracciato il confine dell'accessibilità, e imparato a ritrovare la voce con misura e a usare i kit come una leva e non come una gabbia. E siamo arrivati qui: conformarsi dove serve l'umano, esprimersi dove serve il significato.
Grazie di cuore per avermi accompagnato lungo tutta questa stagione. Spero che, la prossima volta che aprirai un sito e ti sembrerà uguale a tutti gli altri, tu senta una piccola voce che ti ricorda che poteva essere diverso, e che dipende anche da chi lo costruisce. Prenditi cura delle tue scelte, anche delle più piccole, perché sono proprio quelle a dare un volto alle cose. E continua a immaginare il web diverso da com'è: finché qualcuno lo immagina, il web non diventerà mai davvero una sola città. Ci sentiamo nella prossima stagione.